STREET ART – Da incendiari a pompieri?

La street-art sta vivendo un momento di riconoscimento internazionale.

Da arte rivoluzionaria e di denuncia, i graffiti o murales (o come vi pare) stanno attraversando diverse fasi e interpretazioni: popolarità e riconoscimento artistico, sia a livello di pubblico che di critica, e con esse una rapidissima quanto volubile crescita di valore economico non indifferente. Alcune opere di Banksy sono state battute alla famosa asta Sotheby’s di New York per 400.000 dollari.

Da arte di nicchia ad arte da salotto, passando per internet e i social -dove le opere di artisti come Banksy e Obey sono onnipresenti- e dunque dalla cultura di massa. Diversi artisti, tra cui Blu, si sono opposti pubblicamente a questa deriva.

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Murale di Nemesi a Milano – Fonte: Artscore

Ma il flusso inarrestabile delle mode e dell’economia di mercato trascina tutto ciò che trova. Sarà per il fatto che quest’arte è di tutti o non è di nessuno (quindi è diventata “del primo che se impossessa“) ma la cultura mainstream sembra avere un rapporto problematico con la graffiti art in generale. E per risolverlo ha trovato due strade:

  1. Monetizzarla rendendola accettabile, quindi vendibile;
  2. Utilizzarla per coprire le brutture o le barriere (economiche, sociali) che separano le nostre città, invece che adoperarsi per abbattere queste ipocrisie.

Recentemente la discussione in merito alla street art si è spostata sul tema delle barriere anti-terrorismo e se questa possa aiutare a renderle esteticamente accettabili, e posso capire che qualcuno lo pensi davvero e in buona fede. Ma il rischio è un altro: rendendole accettabili agli occhi le rendiamo accettabili al cuore.

In altre parole, da strumento di denuncia, i graffiti potrebbero diventare la “foglia di fico” della nostra insicurezza.

Una tendenza a coprire le nefandezze che sta anche nell’attenzione riservata alla recente “carezza del poliziotto” romano: anche se magari fa onore al singolo, non è in grado di lavare via il trattamento vergognoso riservato dall’amministrazione della nostra capitale ai profughi africani.

Da arte rivoluzionaria a reazionaria? Del resto, non sarebbe la prima volta per i murales. E una pennellata di colore rende tutto più bello.

 

Non sono un esperto di sicurezza ma, se magari possono aiutare a fermare le auto-bombe, non penso che queste barriere possano fare molto contro un terrorista magari travestito da turista. Queste barriere hanno un valore simbolico, quasi un placebo per l’opinione pubblica.

Le barriere sono uno strumento di difesa estremo (nel senso di “ultimo”) agli attacchi, ma non sono assolutamente una risposta efficace al problema di fondo: la radicalizzazione e polarizzazione delle società europee. L’islamizzazione dell’estremismo, e non viceversa.

Dovremmo fare di tutto per rimuoverle al più presto, non per renderle più esteticamente piacevoli, trovando un pretesto per lasciarle dove sono ad libitum.

Preferirei vedere le barriere come brutture in cemento provvisorie piuttosto che “opere d’arte urbana” che mi ricordano che non sappiamo fare di meglio contro il terrorismo.

Dipingere le barriere con toni accesi o immagini di amore fraterno non le renderà diverse da quello che sono: nuovi fossati costruiti da una società che si chiude sempre di più all’esterno e che avrà bisogno di muri sempre più alti e più spessi.

Finchè non avrà neanche più una finestra per guardare fuori.

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Un’opera di Millo a Torino
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3 thoughts on “STREET ART – Da incendiari a pompieri?

  1. L’arte è un linguaggio potente che comunica in un livello differente da quello delle comuni parole, arrivando in profondità senza che quasi ce se ne possa accorgere.
    È normale che chi detiene il potere cerchi di usarla, come è accaduto in Italia, per esempio, con le varie famiglie nobili o col papato. Con risultati straordinari oserei dire.
    Detto questo sono assolutamente d’accordo sul velo, assai spesso, di ipocrisia e sull’errore che sarebbe rendere “accettabili” ai nostri occhi, al nostro vivere, certe brutture sociali.

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