IMMIGRAZIONE e INTEGRAZIONE – Le nuove sfide Scandinave

La Svezia è al centro di una polemica non molto diversa da quella che infuria in Italia oggi: le politiche adottate fino ad oggi sono state messe in crisi dalla cosiddetta “crisi migratoria”, il numero di richiedenti asilo è cresciuto esponenzialmente per un Paese di 10 milioni di abitanti (di cui circa 1,6 milioni, il 17% del totale, è nato all’estero). E con esso sono sorti problemi simili a quelli che ci troviamo ad affrontare quotidianamente in Italia, anche se con risultati discutibili. L’aumento della criminalità da una parte e dell’estremismo dall’altra – in particolare islamofobico – vanno a braccetto con il populismo crescente in politica e fomentano tensioni sociali latenti, che spesso non hanno origine nell’immigrazione.

Il partito nazionalista, Sverigedemokraterna, incalza la debole maggioranza socialdemocratica del Premier Stefan Löfven, ma il governo svedese non cerca di nascondersi dietro a un dito, non lancia strali contro le ONG mentre si accorda con un governo corrotto ed inesistente, né ha rappresentanti implicati in centri di accoglienza fatiscenti o ad attività illecite connesse. Giusto per mettere i puntini sulle i.

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Manifestazione di solidarietà ai rifugiati a Medborgarplatsen, Stoccolma

Se la Svezia poteva essere considerata un esempio per quanto riguarda la protezione internazionale, il diritto di asilo e l’accoglienza, oggi le cose sono un po’ cambiate. Pochi giorni fa una protesta organizzata da minori richiedenti asilo a Stoccolma, durata diversi giorni, ha riacceso le luci sul problema dell’accoglienza dei minori non accompagnati e sull’arbitrarietà dei respingimenti.

Anche i giovani che riescono a reagire meglio all’assenza di genitori, soffrono l’attesa e l’incertezza mentre imparano una lingua che forse non useranno mai più perché saranno “rimandati a casa”. Assistenti sociali e operatori delle ONG denunciano irregolarità nelle procedure: sembra che alcuni vengano dichiarati arbitrariamente maggiorenni dalle commissioni mediche per essere deportati senza tante questioni. Il fatto che molti arrivino senza documenti non rende le cose più facili.

Il problema di Stoccolma è infatti un po’ diverso dal nostro: in Italia ci troviamo ad affrontare, spesso in maniera approssimativa, l’arrivo di persone che non necessariamente desiderano restare nel nostro Paese.

La Svezia ha invece ricevuto più di 80.000 richieste d’asilo nel 2014, che sono diventate 160.000 nel 2015 per poi scendere a circa 29.000 l’anno scorso.

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Richieste di asilo dal 2013 ad oggi. Fonte: Migrationsverket

Ma anche l’approccio alla richiesta di soggiorno è radicalmente diverso. Per farla breve, l’Agenzia per l’Immigrazione (Migrationsverket) accoglie i migranti per un tempo limitato (fino a un massimo di 4 anni), durante il quale elabora le richieste di asilo ed emette i permessi di lavoro temporanei. In questo lasso di tempo, il richiedente asilo riceve un alloggio e un sussidio (che varia dalle 24 alle 71 corone al giorno, a seconda dei casi), se si impegna nello studio della lingua e nella ricerca di lavoro.

Sono in molti a criticare questo sistema, che rischia di non indurre alla ricerca di un lavoro stabile e aumenta le possibilità di ghettizzazione: in attesa di ricevere i permessi, migliaia di persone restano relegate nella “bolla” del loro quartiere, abitato in maggioranza da connazionali (a Rinkeby e Kista sono i somali ad esempio, mentre a Norsborg e Fittja siriani e iracheni).

Molti non studiano e non lavorano, limitandosi a vivere di sussistenza, attirandosi l’odio dei migranti che si sono impegnati per integrarsi, ma che oggi vengono inclusi “nel mucchio” dai qualunquisti. Chi lavora quasi mai ha a che fare con i locali (che si tengono a debita distanza), spesso ha un impiego irregolare o più impieghi, ma ha rapporti di lavoro soltanto con connazionali. Si è creata così una “realtà parallela”, che ha delle regole proprie e persino un suo dialetto, il Rinkebysvenska.

Ma è proprio da questa estraniazione che si sviluppano la rabbia e l’estremismo.

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Un’immagine degli scontri avvenuti a Rinkeby tra migranti e polizia nel 2016-2017

I migranti si stabiliscono in case popolari di vecchia e nuova costruzione mentre gli svedesi lasciano a poco a poco questi quartieri che diventano ghetti. I due gruppi non desiderano incontrarsi e sviluppano sempre maggiore sfiducia l’uno nell’altro, finché questo attrito si trasforma in scontro. Esistono organizzazioni che cercano di tenere i giovani lontani dalla strada, ma dopo la scuola i ragazzi non trovano molti passatempi nei loro quartieri e rischiano di avvicinarsi alle gang e allo spaccio.

Così anche le nuove banlieue svedesi rischiano di diventare una bomba ad orologeria. Negli ultimi anni diverse proteste hanno riacceso l’attenzione sul problema della ghettizzazione e della mancata integrazione, ma poco è cambiato. La polarizzazione della società aumenta la paura dell’altro, e la paura aumenta le distanze. Capita spesso di sentir parlare male di “quei quartieri”, soprattutto da chi non c’è mai stato.

È questa la deriva verso la quale si dirige il “paradiso del welfare” scandinavo? O c’è qualcos’altro?

La prossima settimana vi raccontiamo in un’intervista il caso di Södertälje, comune di 75.000 abitanti alla periferia sud di Stoccolma, e una storia di integrazione particolare.

Questa è la prima parte di un articolo sull’integrazione in Svezia e sul caso della città di Södertälje. La prossima settimana: “Immigrazione e integrazione in Svezia – L’intervista“.

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