Il RAP ITALIANO e la LOCURA – “Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”

Ricordate Boris, la serie? Terza stagione: i geniali “sceneggiatori democratici” escogitano lo stratagemma definitivo per far digerire agli italiani e alla rete il passaggio improbabile dal prodotto di qualità (che era comunque una minchiata) alla solita vecchia telenovela, con l’aggiunta della…

LOCURA! La pazzia, che cazzo Renè, la cerveza… la tradizione, o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia: il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillette. In una parola: Platinette; perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte… Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. È vero o no? Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette, questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte! È questo che devi fare tu: Occhi del cuore sì, ma con le sue pappardelle, con le sue tirate contro la droga, contro l’aborto ma con una strana, colorata, luccicante frociaggine. Smaliziata e allegra come una cazzo di lambada. È la locura Renè, è la cazzo di locura. Se l’acchiappi hai vinto.

L’hip-hop mainstream è la locura della musica italiana. È la stessa roba di prima, con un po’ di colore qua e là (lui vi aveva avvertito: “prima o poi Castagna mi parruccherà DianaRoss”). Risultato: non è neanche più hip-hop. Ed ecco perchè piace a tutti, grandi e piccini. Prendiamo Bene ma non benissimo di Shade. Sembra un pezzo genuino, ma non è che un rimpastone: c’è Macklemore dappertutto (e non è l’unica “citazione”), il testo sembra scritto da La Badessa, aggiungi una bella base (anche quella a là Macklemore), e un pizzico di auto-ironia (ahah che ridere, plagia la gente e lo mette nel video ahah). E via!

Fratello, carino, ma non genuino. Troppo tardi, troppo poco. Invece che essere unici negli anni ’90, abbiamo deciso di essere ridicoli (e in ritardo) negli anni ’10.

Gente come Shade e Rovazzi è la messa in rima dei meme e delle nevrosi dei social. Forse volevano esserlo, o forse gli hanno detto di esserlo. Non male, come prodotto che cavalca i tempi (angoscianti o fintamente angosciati?). Niente di più, niente di meno.

Per il resto, ascoltare la musica pop/commerciale italiana (di cui fa parte anche il rap adesso, grazie alla locura) e ascoltare i jingle pubblicitari è praticamente la stessa cosa: dai, sul serio.

vaporwaveradio
Klon radio / We play the songs that sound more like everyone else / Than anyone else

Come dichiarato nell’intro di questa rubrica, non ho tempo per parlare di DPG, Fedez, Sfera e compagnia. Perché devo occuparmi del vero hip-hop italiano.

Quello che poteva diventare grande e “non ce l’ha fatta” perchè aveva (più di) un messaggio, aveva dei temi, aveva qualcosa di nuovo da raccontare. E per questo faceva paura ai discografici ed era incomprensibile agli analfabeti musicali. E forse è andata meglio così, perchè altri ne hanno raccolto il testimone.

E allora parliamone e, soprattutto, ascoltiamolo.

  1. Dj Shocca – 60 HZ (2004)

In 60 hz il Dj di Treviso riuniva in una sola produzione tutti quelli che contavano all’epoca: Esa, Rivalcapone, Mistaman, Stokka & MadBuddy (personalmente i miei preferiti), Club Dogo, Nesli, Bassi Maestro, Tormento, Primo (RIP), Frank Siciliano, ATPC, Rido, Inoki e Royal Mehdi, Shezan il Ragio, Danno e Masito dei Colle der Fomento.

L’intero album è un capolavoro dell’hip-hop. Un disco che segna un’epoca, anche soltanto dall’intro: Shocca mette in fila 21 pezzi che sono praticamente tutta la risposta italiana agli USA (e anche alla Francia). Le tracce sono una meglio dell’altra, ma metto questa solo per ricordare che, come ha scritto uno su Youtube, “i Dogo di dieci anni fa disserebbero quelli di oggi. E, se l’ha scritto uno su Internet, è vero.

2. Truce Klan – In The Panchine (2004)

Già soltanto il loro slang è un classico: “Try to copy, my mezzo inglese/That’s the schema, senza pena for the scena estrema il problema”.

Come Tarantino, o lo ami o lo odi. Truce Klan stava esattamente a metà tra la generazione precedente, che aveva il pallino di rappare in inglese perchè non aveva ancora miti nostrani, e quella successiva, che ha contribuito a segnare con un flow unico …e comunque se ne sbatteva di entrambe.

3. Neffa – 107 Elementi (1998)

Nel “nove-otto”, come ci ricorda ossessivamente questo album, Neffa fa uscire questa perla in collaborazione con Deda (già nei Sangue Misto con lui e DJ Gruff) e Al Castellana. Un album che diventerà un punto di riferimento dell’hip-hop italiano a venire (“io che non ho mai scordato il mio elemento di quei 107“). All’epoca Giovanni Pellino spiegava così il titolo:

« 1: l’unità; 0: il cerchio, il nulla che è anche il tutto; 7: il sole (ed è anche il giorno in cui sono nato). La somma interna (1+0+7) è 8: l’infinito»

In questo pezzo, insieme a Kaos One, dà il meglio di sé:

…Capito perchè poi si è dato alla merda? Io credo di sì …ma mi manca.

4. Raige & Zonta – Tora-Ki (2006)

Era il 2006, ascoltavo la storia della “tigre dagli occhi di giada” di Raige & Zonta e mi chiedevo se non fosse ora di chiudere col punk torinese. Tora-ki è un disco che mischia rabbia e amore, mito e realtà. Voglio ricordare Raige così:

“Il problema del rap in Italia è che tutti vogliono farlo
Murriti, incapaci del cazzo
Voi ci state saturando alimentando l’imbarazzo
Voi, che siete tutti bravi se non volete essermi amici
E pure i più bravi se non volete un mio featuring
Unitevi tutti contro Alex
Il vostro amore viscido contro il mio amore viscerale”

11 anni dopo l’ho visto a Sanremo… e mi veniva da piangere.

5. Caparezza – ?! (2000)

Prima pubblicazione con il nuovo pseudonimo, dopo aver “ucciso” Mikimix. Secondo qualcuno su Wikipedia, “lo stile dell’opera è un misto tra hip hop e musica alternativa” …siccome non so cosa sia la “musica alternativa”, lascio la parola a questa dichiarazione:

« Egli fu Mikimix, cantante insignificante, dal cui autodisgusto nacque il sé stesso odierno. »

È impossibile categorizzare Caparezza, ma voglio vedere chi si ricorda questo pezzo:

6. Scimmie del Deserto – EP (2001)

Danno lo conoscono tutti per il Colle der Fomento; fin qui niente di nuovo. Ma nel 2001 ha fondato il gruppo Scimmie del Deserto sotto lo pseudonimo di Jake La Motta, pubblicando un EP omonimo. E basta, finito. Punto. Questi 5 pezzi per me sono l’equivalente della seconda stagione di Utopia dell’hip-hop nostrano.

E la Spaghetti funk? Uomini di Mare? Frankie hi-nrg? 99 Posse? E scusa la Machete Crew non ha raccolto il testimone per te? (sì, ma non ci sono solo loro).

Lo so, ce ne sarebbero ancora a pacchi di dischi da citare …ma non ho più voglia, e dopo un po’ diventa noioso. Potete mettere i vostri nei commenti, se vi è piaciuto l’articolo.

Grazie.

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