LA VIOLENZA nella Storia del Cinema …E in Noi

Qualche tempo fa ho iniziato 24, la serie iconica degli anni Duemila.

Le prime due stagioni sono un esempio di grande scrittura e sceneggiatura, quasi una lezione su come fare le serie tv, giustamente ultra premiate e celebrate negli annali della storia dell’intrattenimento. Per chi non lo sapesse, la serie si basa su una giornata che l’agente anti-terrorismo Jack Bauer dedica a salvare gli USA da diverse minacce: il tentato omicidio di un candidato presidente, un ordigno nucleare nascosto a Los Angeles …cose così. Ogni episodio rappresenta “in tempo reale” gli eventi paralleli che accadono durante un’ora, il che rende il racconto – già di per sé pieno di colpi di scena – molto veloce, emozionante e coinvolgente a livello personale. Ed è proprio lì che voglio arrivare.

24 è l’esempio perfetto di come il mondo occidentale vede sé stesso nel dopo-11/09. La serie pretendeva di rappresentare la lotta spietata, senza tregua né esclusione di colpi al terrorismo, ma di fatto ha giustificato i soprusi di Abu Ghraib, Guantanamo e le extraordinary rendition.

Lo spettatore arriva ad aspettare con apprensione il momento in cui Jack Bauer, interpretato da un ottimo Kiefer Sutherland, tortura il criminale (o l’innocente reticente) di turno per estorcere informazioni. E la cosa accade non di rado, tanto da diventare uno dei punti forti della serie, che puntava a mostrare il braccio “duro ma giusto” della legge.

Qualcuno cominciò a pensare che la cosa fosse uscita dal televisore ed entrata nella realtà quando il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia dichiarò, a proposito dell’uso della violenza ai fini dell’anti-terrorismo:

Jack Bauer ha salvato Los Angeles… ha salvato centinaia di migliaia di vite umane (…) Dovremmo condannarlo per questo? Dire che ci sarebbero delle accuse penali contro di lui? Avrebbe diritto ad essere giudicato da una giuria. E non penso ci sarebbe una giuria disposta a condannarlo”.

Il fatto che 24 sia un bel racconto non significa che su questo dobbiamo basare la nostra idea dell’anti-terrorismo o dell’uso della forza per far rispettare la legge. Come, per quanto ci sia piaciuto Lolita, ci rendiamo conto che il professor Humbert Humbert è un pedofilo. Eppure lo stiamo facendo. E lo facciamo sempre di più, ogni giorno di più.

L’uomo dietro quella dichiarazione è un giudice della Corte Suprema, che usa una serie tv come esempio di giustizia reale e la cosa veramente pazzesca, talmente assurda da essere reale, è che Scalia ha ragione.

Giuria e opinione pubblica non condannerebbero un possibile, probabile, reale Jack Bauer (anche se fosse solo un torturatore e non un geniale poliziotto) perché non hanno condannato il Jack Bauer di 24. Anzi, lo hanno amato. E ora amano chiunque torturi, se lo fa in nome della giustizia.

Non abbiamo più il “sospetto” di confondere realtà e immaginazione: viviamo in una realtà che si confonde con l’immaginazione. Un esempio su tutti: la diffusione dei fake online ha modificato e sta modificando la realtà dei fatti.

Ormai la domanda che dobbiamo porci non è se, ma quanto il cinema e le serie tv sono espressione della realtà che ci circonda e quanto la realtà che ci circonda è espressione di queste.

Prendiamo un altro esempio. Roberto Saviano ha raccontato che i camorristi italiani, come i criminali americani e di altre parti del mondo, hanno cominciato a impugnare le pistole in una certa maniera, piuttosto strana per chi si occupa di crimine e sicurezza.

Lo fanno perché i gangster di Hollywood e dei video musicali impugnano la pistole in quel modo. Perciò se sei un gangster devi tenere la pistola in quel modo. Anche se non funziona. Anche se peggiora il tuo tiro.

I camorristi napoletani (e non solo) sono talmente ossessionati dai film e dalle serie sui camorristi italo-americani da ascoltare la musica di quei film, vestirsi come i protagonisti di quei film e addirittura farsi costruire ville come quelle dei film.

A quel punto viene naturale chiedersi: chi ha influenzato cosa? Chi ha creato chi?

L’influenza reciproca tra società e tutto ciò che è intrattenimento (cinema, musica, videogiochi ecc.) – tra società reale e virtuale, tra realtà e rappresentazione – non è iniziata coi film di Tarantino o coi video di Biggie e Tupac.

Tutto è cominciato con il cinema “classico” (qui un articolo molto più intelligente di questo). Nelle pellicole western classiche ad esempio non si vedeva quasi il sangue e si tendeva a celare o a sottintendere le brutalità. Ma a poco a poco abbiamo – letteralmente – assistito a una sempre maggiore estetizzazione della violenza. La gente voleva vedere “la realtà”, e cosa c’è di più reale dei soprusi e della sofferenza?

leevancleef
“I wanna be like Lee Van Cleef”

Nei western e nei film di guerra o di avventura classici c’è una netta differenza tra “buoni e cattivi”. Ma chi sono i cattivi e chi sono i buoni? Quell’aura grigia, né bianca né nera, che circonda la nostra idea delle forze di sicurezza oggi, è anche retaggio dei metodi di Jack Bauer (e tutti gli altri).

La distinzione netta tra due categorie ci sembrava, giustamente, artificiale, poco reale. E allo stesso tempo ci sembra artificiale questo:

“La cosa peggiore del mondo moderno è che la gente pensa che un omicidio sia come in televisione, con zero dolore e zero sangue. Questo deve far entrare nella mente dei ragazzini che non sia poi questo casino uccidere qualcuno, e non faccia così male. Questa è perversione per me. Questa è una cosa veramente malata” – David Lynch.

A-Team, Walker Texas Ranger, Magnum P.I., ma anche un qualsiasi cartone animato d’avventura o di supereroi in cui si spara e si mena – avete mai visto del sangue (o perlomeno, la giusta quantità di sangue)? Avete mai visto un qualche tipo di pentimento o ripensamento, tra i “buoni”?

E la cultura delle armi ha decisamente usufruito di questa tendenza hollywoodiana: qui una ricerca semplice semplice su film, armi e bambini e qui una critica addirittura ai più recenti set LEGO. O viceversa? Pensiamo a un film come Natural Born Killer: chi l’ha capito davvero?

Possiamo dire che l’estetizzazione della violenza nell’intrattenimento è andata in due direzioni, che sono speculari e in qualche modo complementari:

  • Gore, come direbbero gli ammerigani: sempre più sangue, violenza gratuita ed esagerata, fino ad arrivare a Tarantino e alle pecore assassine;
  • Divertimento, spettacolo, circo: come se fosse niente, migliaia di persone vengono massacrate senza spargimento di sangue, e con grasse risate finali, solo perché erano i cattivi e perciò se lo meritavano… potremmo dire in stile “videogioco”, se i videogiochi non fossero diventati ben altro (e sono senza dubbio anch’essi parte di questa riflessione).

In entrambi i casi questa immagine della violenza si è allontanata molto da quella reale, pur pretendendo di rappresentarla. Infatti l’unione di queste due tendenze è l’iperrealismo.

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“Arma letale ci ha insegnato che morire fa ridere”

La realtà ha  superato i propri confini. La violenza di Tarantino è tanto sanguinolenta quanto divertente: la morte, il sangue, le atrocità possono essere usate per far ridere o riflettere su altre cose. Non sono più quello che erano. Sono un’altra cosa.

Questo assunto è dentro di noi, nella nostra cultura, e quindi nel nostro modo di percepire il mondo.

Io sono il primo ad ammetterlo: Tarantino è un maestro della regia e della scrittura, e vedere fiumi di sangue nei film è divertente. Ma attenzione, è davvero divertente, soltanto se guardato con occhio critico, pensando a tutto quello che abbiamo detto finora. Altrimenti è pericoloso.

Esattamente come l’umorismo nero e straniante e assurdo di Simpson e Griffin, che ho usato in questo articolo: non tutti sono in grado di capirlo e usarlo davvero. E comunque già solo il fatto che abbia citato due cartoni in un articolo sul rapporto realtà-immaginazione, vi aiuta a capire il mio punto.

Torniamo al cinema. Quentin Tarantino è un regista rivoluzionario perché ha cambiato il modo di rappresentare la realtà. E in questo senso, ha cambiato la realtà. Un paio di anni fa il regista è stato al centro di una polemica con la polizia: lo accusavano di non potersi schierare contro la lobby delle armi a causa del contenuto dei suoi film.

Ma aveva le sue ragioni: anche se un regista rappresenta la violenza in pellicola, può criticarla nella realtà.

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Le Iene (1992)

Peccato che non tutti siano in grado di capire la differenza. Specialmente dopo 100 anni di storia del cinema, e almeno 50 di violenza sempre più esplicita sui nostri schermi.

In questi 50 anni abbiamo cominciato a guardare anche il TG e leggere il giornale allo stesso modo in cui guardiamo un film: siamo “spettatori”. Non ci concentriamo più sul fatto in sé – il conflitto israelo-palestinese, per fare un esempio a caso – ma sull’esperienza estetica di questo. Non c’è più (quasi) differenza percepita tra un morto vero in strada e uno in un fotogramma.

Non fraintendetemi: l’arte è arte. Non può essere giudicata secondo categorie morali.

Ma lo spettatore deve essere in grado di rendersi conto di cosa sta guardando. E trarre le sue conclusioni. Siamo sempre in grado di capirlo? Di analizzarlo? O siamo troppo anestetizzati?

Voglio chiudere questa riflessione con un’altra citazione di un regista tanto lucido quanto – solo apparentemente–  allucinato:

“La vita è una cosa molto, molto complicata, e quindi dovremmo permettere anche ai film di esserlo” – David Lynch

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“The new Twin Peaks isn’t just violent — it redefines what violence is” – The Verge
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