​COREA – Almeno tre ragioni per cui la “twiplomazia” di Trump ha senso

Per parafrasare Zerocalcare, io posso scrivere anche la cosa più seria del mondo, ma sembrerà sempre che scriva di salsiccie. Quindi ho deciso che voglio scrivere anch’io di salsiccie Corea del Nord. Ciò che segue non è niente di più, niente di meno che la mia opinione informata. Non pretende di essere superiore a quella di espertoni e analistoni, siano seduti in una redazione o in un bar di provincia.

Nel polverone che si alza ad ogni tweet di Trump e a ogni dichiarazione roboante di Kim Jong-un si trova tutto e il contrario di tutto. Ma ci sono almeno tre ragioni per cui le azioni apparentemente sconsiderate della “diplomazia di twitter” del presidente americano hanno senso. Attenzione però: ho detto che hanno senso, non che sono favorevoli agli USA. Per quanto insensati, e anche per questo, i cinguettii minacciosi e un po’ cafoni di Trump potrebbero portare, se non a una soluzione del conflitto tra le due Coree, almeno a una nuova fase di distensione. Che escluderebbe gli USA.

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Non ve lo aspettavate, eh? Ma andiamo con ordine. Se c’è una cosa che ho imparato seguendo la recente politica americana, che ormai si gioca più online che offline, è che tutte le azioni di Trump non seguono un normale svolgimento di causa-effetto. Infatti molti ormai ci mettono una pietra sopra, perchè tanto “Donald è Donald”.

Sarà che a forza di occuparmi di politica dell’est Europa sono abituato a cercare l’altra faccia di qualsiasi cosa; ma non è un approccio così insensato, considerando che Paul Manafort è stato praticamente il mentore di Trump e il suo consigliere in campagna elettorale, ed è stato consigliere di Yanukovich e stretto alleato di Putin. Non escluderei che Manafort, o altri, abbiano visto qualcosa che noi non abbiamo visto nelle bizze di The Donald, e deciso di non ostacolarle. Anzi, di incoraggiarle.

L’irruenza e i capricci infantili del 45esimo presidente hanno molto più senso e significato di quanto pensiamo. Per capirlo, basta cambiare prospettiva e leggere tutte le sue dichiarazioni e azioni attraverso la lente della politica interna. Anche quando parla di Kim o a Kim, Trump parla degli USA o agli USA. Tutto ciò che gli interessa è restare al potere e salvarsi da un (incombente) impeachment. Per farlo, deve concentrarsi sulla politica interna. Ma, come insegna qualsiasi professore sveglio di politica internazionale, nel mondo globalizzato anche le questioni “estere” sono “interne”.

A questo dovete sommare un’altra caratteristica del mobiliarista di New York: il disinteresse totale per i programmi, i temi caratteristici di un partito o forza politica. Ad esempio: se Trump dice di sostenere il “carbone pulito” davanti ai minatori e il giorno dopo si scopre ambientalista dopo un faccia a faccia con Angela Merkel, non significa che sia pazzo. Semplicemente per lui i temi, gli argomenti, le politiche non hanno importanza. Quello che conta è vendere sé stesso, la propria immagine narcisistica di sé, in ogni situazione.

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Kim non è da meno. L’unica cosa che gli interessa è restare al potere perciò è probabile che, dopo la morte del padre, si sia trovato a valutare queste tre opzioni:

1. Una transizione “stile URSS” – non fa certo per lui. La classe politica perderebbe potere rispetto alle oligarchie economiche che si andrebbero a formare.

2. Una transizione “stile Cina” – magari si, ma Pyongyang non ha le stesse potenzialità di Pechino e …ha Pechino come unico alleato.

3. Nessuna transizione – sembra la scelta giusta. Andare avanti così, tra piccole aperture e grandi minacce. Kim ha consolidato la propria autorità agendo prima all’interno, eliminando anche i più impensabili avversari (magari seguendo una road map tracciata dal padre),  e poi sullo scacchiere estero, facendo la cosa che sapeva fare meglio – mettere paura agli americani e al mondo.

Per citare Limes, “la bomba atomica serve alla Corea del Nord come garanzia di sopravvivenza“, e le recenti minacce fatte da Trump all’Iran non hanno fatto che confermare questo assunto. Così, mentre i nordcoreani muoiono di fame e qualcuno riesce persino a scappare, lui guarda le serie Netflix sul suo Mac e il consenso non cala (almeno tra le elité che contano).

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Dunque passiamo al giocatore più furbo in campo: quella vecchia volpe di Xi Jinping. Quello che la Cina vorrebbe evitare più di tutto è trovarsi con un alleato pezzente da difendere e milioni di rifugiati alle porte di Pechino che fuggono da un’altra guerra.

Ma gli strateghi di Xi non vedono di buon occhio nemmeno una riunificazione simile a quella della Germania post-’89: la nuova Corea unita si troverebbe ad affrontare tante difficoltà e disfunzioni, ma diventerebbe una piccola potenza atomica dal profilo internazionale credibile e indipendente (o forse filo-americana?), con quasi 80 milioni di abitanti, situata in una posizione strategica. Tutto un altro tipo di attore con cui confrontarsi, sia per Pechino che per Tokyo.

Il Celeste Impero, come al solito, sembra propendere per lo status quo: se la ride e sfrutta abilmente entrambi i contentendenti. Ad esempio, non è una novità il fatto che molta merce Made in China sia in realtà Made in North Corea sotto mentite spoglie. Come non è un novità nemmeno la dipendenza cronica degli USA (del mondo?) dal Made in China. E questo è uno dei motivi per cui le sanzioni internazionali non scalfiscono quasi per niente il moloch delle industrie di stato di Pyongyang. Ma se volete di questo ne discutiamo nei commenti (qui sotto).

Come ha detto qualcun altro, sembra che la Casa Bianca si stia dando molto da fare per “rendere grande la Cina più che gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni infuocate e le ossessioni della campagna elettorale.

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Ma qui arriva il bello. Il triangolo Xi-Kim-Trump in realtà è un quadrato (se non un pentagono, se includiamo il Giappone). C’è infatti un elemento che viene spesso un po’ troppo sottovalutato, almeno dall’Occidente: la Corea del Sud.

Secondo un popolare assunto (abbastanza ignorato dagli analisti), Seul sembrerebbe preferire il nemico parente, per quanto anti-democratico e armato fino ai denti, all’alleato lontano, riottoso e scomodo. La special relation con Washington non è vista di buon occhio da gran parte della popolazione e dell’establishment. Come ha scritto Repubblica, in “Corea del Sud l’anti-americanismo è un sentimento antico e (…) Trump l’ha appena risvegliato. Basti ricordare le violente manifestazioni durante la sua visita a Seul”, e il fatto che gli USA mantengono nel Paese diverse basi, più di 30.000 soldati e testate nucleari, tenendo il Paese sotto stretta sorveglianza.

La politica coreana è stufa di essere utilizzata come fermaporte dagli USA, che della Corea, o dell’Asia in generale, non hanno capito nulla: i popoli e i politici asiatici non sono ignavi, si fanno semplicemente e silenziosamente i fatti loro.

Recenti contatti diplomatici tra emissari cinesi e diplomatici di entrambe le Coree hanno inaugurato una graduale fase di riavvicinamento, e sembra che il presidente Moon Jae-in, sia disposto a “fare delle concessioni al potente vicino cinese in cambio di un miglioramento delle relazioni”. Moon Jae-in, politico autorevole e avvocato esperto in diritti umani, è salito al potere dopo la crisi del governo Park Geun-hye, travolto da uno scandaloso caso di corruzione, e deve fare i conti con un consenso popolare basso e un governo debole. Riuscire a gestire una distensione con il nemico storico potrebbe rivelarsi una mossa molto positiva.

Un altro punto su cui Pyongyang e Seul si sono trovati d’accordo, è la condanna dei crimini di guerra compiuti dal Giappone durante il secondo conflitto mondiale, in particolare riguardo alle circa 200.000 donne che furono costrette a prostituirsi per dare conforto ai militari durante l’occupazione, realizzatasi nella richiesta di scuse ufficiali e compensazioni di parte del governo di Tokyo.

Trump sembra essere all’oscuro di tutto ciò: non sa nulla della Corea, e nemmeno gli interessa. Quello che gli interessa è mantenere la tensione internazionale, mentre cerca di far dimenticare all’opinione pubblica che A – potrebbe essere dichiarato colpevole di alto tradimento (insieme alla figlia Ivanka, al genero Jared e chissà chi altri) e B – tutto l’entourage che l’ha portato alla presidenza lo ha abbandonato.

E così, invece che calarsi nei panni del diplomatico azzimato, Trump fa una pernacchia su Twitter (che è la cosa che gli riesce meglio) con tre quattro risultati positivi:

  1. I suoi sostenitori lo osannano perchè si gasano con queste cose,
  2. Kim lo ringrazia perchè può continuare a fare la voce grossa,
  3. Seul e Pechino lo ringraziano perchè possono gestire la situazione in modo diverso,
  4. Lui può tornare a mangiare i suoi due cheesburger al giorno felice e contento.

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Come ha scritto il Guardian la diplomazia stessa potrebbe “trarre beneficio da questo stile diretto e sincero”. L’atteggiamento tamarro e pressapochista dei tweet e delle dichiarazioni di Trump, da “Rocket man” a “il mio bottone nucleare è più grosso del tuo”, potrebbero contribuire a mettere gli USA fuori da questo gioco. Il che non è necessariamente un male. Forse è questa la vera strategia di twiplomacy della Casa Bianca, o di chi per essa. Certo, gli USA perdono credibilità internazionale un tweet alla volta. Ma, a pensarci bene, a noi che ci frega? In confronto a lui, chiunque sembra più abile e capace di gestire le situazioni. Pensate che enorme campagna elettorale sta facendo per il prossimo presidente: gli americani già non vedono l’ora di votare Oprah!

Questa strategia rivoluzionaria (lo so, mi sto allargando) potrebbe servire a richiamare all’ordine gli altri giocatori (inclusi UE e ACD). E soprattutto favorire un riavvicinamento tra le due Coree. Un altro sintomo di questo riavvicinamento è la recente apertura di Kim ai Giochi Olimpici Invernali di Pyeongchang (Corea del Sud), a cui sembra che Pyongyang parteciperà, addirittura sfilando insieme agli atleti di Seul.

Pensateci: se Bush avesse fatto la stessa cosa con Saddam? Forse oggi non avremmo l’ISIS.


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