Wunderkammer: Come ho imparato ad amare troppo la bomba

“Two enemies standing waist deep in gasoline,
One with three matches, the other with five.”

Due nemici immersi fino alla cintola nella benzina, uno con tre fiammiferi, l’altro con cinque. Così Carl Sagan aveva definito la corsa agli armamenti nucleari durante la Guerra Fredda. Una corsa folle tanto negli obiettivi quanto nella realizzazione, che nel caso dell’Unione Sovietica fu uno dei motivi del suo futuro collasso. Ancora più surreale nel momento in cui ci si rese conto che nessuno dei due avrebbe mai davvero usato nessuna di quelle deliziose testate nucleari, per timore di un irreversibile effetto a catena. Il processo è semplice: Washington lancia un missile, Mosca ne lancia due, Washington ne lancia dieci, Mosca ne lancia quaranta, gli scarafaggi governano il pianeta. Quello che in origine avrebbe dovuto portare alla distruzione di uno o entrambi i contendenti ne assicurò di fatto la sopravvivenza.

Questo per quanto riguarda l’aspetto bellico della questione. Ma vi hanno mai parlato degli usi “non distruttivi” che sono stati fatti della Bomba? No? Bene, ci pensiamo noi.

A partire dagli anni Cinquanta, in un’epoca forse non più civilizzata ma di sicuro più ingenua, ci fu chi pensò a come utilizzare le testate nucleari per scopi che esulassero dal semplice annichilimento del nemico. In fondo, come ci ricorda la bisnonna Lenore in La scopa del sistema di David Foster Wallace, la parte più importante di un oggetto dipende dall’uso che ne si fa, e un’esplosione nucleare può avere molti usi: ad esempio scavare.

Negli Stati Uniti di questo si occupò tra il 1958 e il 1973 il Progetto Plowshares. Il nome significa letteralmente “lame di aratro”, una citazione biblica dal Libro di Isaia 2,3-4:

“Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Muteranno le loro spade in lame d’aratro, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non impareranno più l’arte della guerra.”

Curioso e vagamente ironico che lo stesso nome sia stato poi fatto proprio dal Plowshares Movement, un movimento che combatte per il disarmo nucleare in tutte le sue forme. Ma di questo vi parleremo in un’altra occasione.

La prima proposta di questo tipo fu il Progetto Chariot. Il progetto, che aveva come obiettivo la creazione di un porto articiale a Cape Thompson, l’estrema punta nord-occidentale dell’Alaska, consisteva nel seppellire un numero imprecisato di testate nucleari che sarebbero poi state fatte esplodere. Il mare sarebbe confluito all’interno dei crateri risultanti, formando di fatto un’eccellente conca naturale (si fa per dire) in cui creare il porto.

Project_Chariot_plans
Prima bozza del Progetto Chariot. Sì, i cerchi neri sono i crateri nucleari.

Proposto dal fisico Edward Teller, “padre della bomba-H”, il progetto ricevette l’approvazione di numerose figure governative e non, ma dovette anche fronteggiare l’opposizione della comunità Inupiat della vicina Point Hope e di diversi scienziati e ambientalisti. Nel giro di poco tempo la protesta si estese a livello nazionale, ripresa da organizzazioni come la Wilderness Society che denunciavano i rischi ambientali per un simile progetto. Non a caso, se si considera che persino i test diagnostici nella zona avevano in parte contaminato le falde aquifere locali. I gruppi di protesta lamentavano anche la generale insensatezza del progetto, dal momento che un porto in quella zona isolata non avrebbe portato alcun beneficio, né avrebbe giustificato i rischi o i costi (qualsiasi riferimento a progetti nostrani recenti è puramente casuale). Lo stesso Teller aveva giustificato l’impresa semplicemente asserendo che “un’enorme esplosione nucleare in Alaska sarebbe un ingresso appropriato in questa nuova era che si sta aprendo per il nostro paese”. Alla fine, in barba agli entusiasti della nuova Era Atomica, il progetto venne abbandonato. Così come venne messo da parte anche il Project Carryall del 1963, che prevedeva la detonazione di 22 testate nucleari per aprire un varco nelle montagne del deserto del Mojave, in modo da far spazio a una nuova linea ferroviaria.

Il primo progetto a vedere il kaboom fu invece il Progetto Gnome nel 1961. Condotto in un’area desertica del New Mexico, aveva tra gli obiettivi principali:

– studiare la possibilità di convertire il calore generato in vapore per la produzione di energia elettrica;
– analizzare la possibilità di recuperare radioisotopi per impieghi in campo chimico e industriale;
– effettuare una serie di misurazioni del flusso di neutroni rilasciato nell’esplosione.

L’idea era di inondare la roccia fusa dall’esplosione per creare vapore, che sarebbe poi stato convogliato in un sistema di tubazioni. Se “usare un’esplosione nucleare per produrre elettricità” vi sembra inutilmente rischioso, tenete a mente che questa era gente cresciuta con i cartoni di Wile E. Coyote. I depositi di sale della zona sarebbero invece stati usati per raccogliere i radioisotopi.
Questa volta nessuno trovò nulla da obiettare e il 10 dicembre 1961 una bomba da 3 kilotoni venne fatta detonare a circa 400 m di profondità, diffondendo, nonostante le precauzioni, una ventata di vapore radioattivo in tutta la zona circostante. A dispetto delle migliori intenzioni, non ci fu modo di completare nessuno degli obiettivi del progetto, se non quello di effettuare alcune misurazioni sismiche.

Nonostante il fallimento, per i successivi 11 anni vennero fatte detonare altre 26 testate nucleari di potenza variabile fino a 104 kilotoni (per dare un’idea, le bombe su Hiroshima e Nagasaki furono rispettivamente 15 e 21 kt). Oltre alla ricerca scientifica, tra gli obiettivi di questi progetti figuravano anche i tentativi di stimolare il flusso di gas naturale per uso energetico e, non stiamo scherzando, semplicemente la possibilità di scavare grandi quantità di terra in pochissimo tempo.
Nel caso del primo obiettivo, il flusso ne era stato senz’altro stimolato, ma qualcuno non doveva aver eseguito correttamente i calcoli dal momento che in tutti e tre i casi i giacimenti di gas sarebbero rimasti contaminati per oltre quarant’anni.
Quanto all’escavazione, la ricaduta radioattiva nei crateri li rendeva ugualmente inutilizzabili, senza considerare che anche le aree circostanti, come nel caso del Progetto Sedan, sarebbero rimaste a lungo contaminate. L’intera operazione Plowshares venne definitivamente chiusa nel 1974 per mancanza di fondi e per le numerose proteste ambientaliste che cominciavano a prendere piede.

Storax_Sedan_nuke
Il Progetto Sedan, alias “quanto ci piacciono le esplosioni”, 1962.

E i sovietici? Pensavate forse che fossero rimasti con le mani in mano?

Il Programma n.7 nasce ufficialmente nel 1965, non tanto per mancanza di entusiasmo quanto per rispettare il Trattato sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari del 1963, che consentiva comunque detonazioni sotterranee. Dal momento che si trattava dell’Unione Sovietica, l’unico governo al mondo a superare gli Stati Uniti in celodurismo, il programma non poteva che essere di dimensioni di gran lunga maggiori di quello americano: tra il 1965 e il 1988, anno in cui Michail Gorbačëv dichiarò la fine della folle corsa agli armamenti, vennero fatte detonare circa 115 testate nucleari.

Come per il progetto Plowshares, gli obiettivi erano i più disparati: esplorazione geologica, creazione di crateri e porti artificiali, scavi del sottosuolo alla ricerca di giacimenti minerari, stimolazione o deviazione del flusso di gas naturale e ovviamente il sempre nebuloso termine di “ricerca scientifica”. In un caso si pensò di utilizzare le esplosioni nell’ambito di un progetto per deviare il corso dei tre grandi fiumi della Siberia (l’Ob’, lo Enisej e la Lena) dal Mar Glaciale Artico verso l’interno, per irrigare i terreni coltivati della regione. Un’idea così sciroccata che non se ne fece mai nulla, ma non si può dire lo stesso per il Progetto Čagan, durante il quale un’esplosione nucleare di 140 kilotoni venne usata per creare un lago artificiale bloccando il corso del fiume Čagan in Kazakistan. Gli scrupoli che avevano fermato gli americani non impensierirono minimamente i sovietici e il lago esiste tuttora – e tuttora è radioattivo. In un paio di casi la Bomba venne utilizzata non per scoprire nuovi giacimenti gasiferi ma per chiuderne la fuoriuscita, seguendo il vecchio detto per il quale non c’è nulla che non possa essere sistemato con un’esplosione.

ozero chagan
Il lago Čagan, perfetto come solo il cratere di un’esplosione può esserlo.

Sorprendentemente, e grazie solo alla vastità del territorio sovietico, le conseguenze furono di gran lunga minori di quelle che ci si sarebbe aspettato. Vale però la pena citare il caso dell’esperimento Kraton-3 del 1978 in Jacuzia, dove l’esplosione contaminò l’acqua dell’intera regione di Viljuj per più di vent’anni, e quello dell’esperimento Globus-1 nella regione di Ivanovo del 1971, dove solo un miracolo impedì a un immissario della Volga di inondare il ground zero e diffondere le scorie radioattive lungo tutta l’immensa rete fluviale della Russia Centrale.

A conclusione di questo articolo vi vogliamo lasciare con un video simbolo di quei tempi ingenui e folli: cinque militari in posa nei pressi di un test nucleare nel deserto del Nevada nel 1957, presumibilmente con lo scopo di dimostrare quanto fossero sicuri gli esperimenti. Five men at atomic ground zero: se siete alla ricerca di un nome per il vostro gruppo prog-rock, l’avete trovato.


2 risposte a "Wunderkammer: Come ho imparato ad amare troppo la bomba"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...