Una recensione: L’impero del sogno

Una recensione. E perché no? Del resto già una volta vi abbiamo consigliato dei testi per allenarvi alla meraviglia. Oggi saltiamo dall’altra parte di quel labile confine che divide la saggistica dalla narrativa e ci immergiamo in un genere sempre un po’ bistrattato qui in Italia: il fantastico.

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Titolo: L’impero del sogno
Autore: Vanni Santoni
Anno: 2017
Editore: Mondadori
Pagine: 276

Ho conosciuto Vanni Santoni quasi per caso, attirato da un suo commento a un articolo e soprattutto dal nome con cui si presentava: Sarmizegetusa, l’antica capitale dacia. Vuoi non andare a sbirciare il suo profilo? E così ho scoperto che Santoni ha all’attivo dieci romanzi, di cui l’ultimo, L’impero del sogno, tratta di un tema a me molto caro. Di seguito la sinossi:

A volte i sogni possono essere il rifugio da una realtà ingrata. Ma quando il confine tra sogno e realtà svanisce, la situazione può sfuggire di mano.
Federico Melani, ventenne di provincia indolente e caratteriale, comincia a fare un sogno ricorrente. Di più, un sogno seriale, che va avanti con o senza di lui. Lì le cose sono molto diverse rispetto al contesto in cui vive: è atteso con ansia, e intuisce di avere importanti responsabilità. È infatti uno dei delegati, assieme a mostri, dèi ed esseri bizzarri di ogni tipo, a un summit dove si prenderanno decisioni cruciali per il destino di molti mondi.
Ben presto Federico si ritrova così coinvolto dalla vicenda da preferire il sonno – indotto con metodi più o meno naturali – alla veglia. Sarà l’inizio di un’avventura vertiginosa che lo porterà a stringere inaspettate alleanze, a combattere creature fantastiche e archetipiche, a rubare armi mitologiche e a prendersi cura di una bambina-imperatrice capace di regalare diverse sorprese.

Io sono sempre stato ossessionato dai sogni. Prima è passato Freud con i suoi tentativi di interpretazione, poi Neil Gaiman con il suo Sandman a mostrarmi che il mondo del sogno è reale quanto il nostro, infine David Lynch a instillarmi il dubbio su quale sia la vera realtà. Non sono finito a ingollare oppiacei come il Mella, credo, solo perché i miei sogni non sono ancora seriali come il suo.

Qual è la vera realtà ne L’impero del sogno? Difficile dirlo, non solo alla fine del libro, con i due mondi irremediabilmente confusi, ma fin dalle prime pagine, con alcuni passaggi che qualche dubbio te lo fanno già venire. Forse è più sensato chiedersi quale sia la realtà che vale la pena vivere. Federico, l’io narrante di tutta la storia, non ha dubbi: i capitoli ambientati nel “mondo reale” sono brevi, a volte a malapena una pagina, punteggiati da battibecchi con chiunque, dalla madre all’addetto del parco, e immersi in una noia quasi esistenziale, tipica di quella provincia uguale da un capo all’altro d’Italia. Per contro il mondo del sogno, per quanto confuso, sembra molto più attraente: ci sono personaggi incredibili (in tutti i sensi) con cui interagire, discorsi da ascoltare e da tenere (se solo non ci si svegliasse sempre sul più bello), decisioni da prendere per il futuro del mondo sul quale è tenuto a esprimersi anche lui, lui che a malapena ha dato un esame all’università. E un sacco di pericoli, certo, ma una volta che si capisce come funzionano le cose da questo lato…

La struttura di questo romanzo quasi non si vede, eppure è solida e precisa: in alternanza tra i due mondi nella prima parte, con la bilancia sproporzionatamente a favore del sogno, scivola quasi non vista in un gioco di matrioški, al punto che ti occorre qualche pagina per renderti conto del passaggio di realtà (e di tutti i successivi). Quando alla fine è lo stesso protagonista a confermare i tuoi sospetti il primo pensiero è “lo sapevo!”, seguito subito dopo da “aspetta, fammi rivedere come mi ci ha portato fin qui”.
Ma il vero punto di forza del libro è il linguaggio. In una società dove spesso rappresentare i sogni significa buttare cose a caso, Santoni popola quelli di Melani con una miriade di riferimenti mitologici, ludici e letterari. E lo fa con una grazia e una precisione che tolgono il fiato. L’impero del sogno è l’unico romanzo che conosco a citare apertamente René Guénon e di sicuro l’unico in assoluto a farlo con una tale nonchalance, quasi di sfuggita mentre la principale preoccupazione del protagonista è evitare di farsi ammazzare. È uno stile ricercato e naturale al tempo stesso, in grado di alternare i pensieri scomposti e il linguaggio del Mella a descrizioni di pura bellezza, e soprattutto capace di farti digerire qualsiasi riferimento Santoni ti stia tirando dietro in quel momento in questo immenso caleidoscopio di visioni e citazioni.

L’impero del sogno è anche un omaggio all’immaginazione, quella forza creatrice che ci ha permesso di sopravvivere come specie e che è in grado di dare vita a interi mondi. E non solo, perché, per tornare al caro vecchio Lynch, il sogno plasma il sognatore, che ne esce se non del tutto nuovo perlomeno molto cambiato. Un percorso formativo che, stante la cronica mancanza di stimoli nel “mondo reale”, non poteva che prendere forma nel sogno, all’interno di se stessi. Valeva la pena  vivere in questa realtà, quindi?

Se sono bloccato in un’adolescenza eterna, tra casa, bar e negozio, è perché oltre non c’è niente. Questo dovrei capire, e spostarmi verso altri spazio-tempi meno bloccati.

 


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