Diario di un disastro: il Lago d’Aral

Non sono in molti a ricordarlo, ma in tempi lontani è esistito un mare in Asia Centrale, nell’area oggi divisa tra Kazakistan e Uzbekistan. Agli sciti e le altre popolazioni iraniche della zona era noto come Darya-ye Kharazm, con cui venne conosciuta anche l’omonima città di Khwarazm, ma i kazaki che vi si stabilirono attorno al X secolo lo chiamarono Aral Tenizi, “mare di isole”, per via delle numerose isole che lo popolavano. Nutrito dalle acque dell’immenso fiume Oxus, oggi conosciuto come Amu Darya, questo grande mare d’acqua dolce è stato per millenni essenziale per la sopravvivenza dell’uomo. Non solo in quanto risorsa idrica in una terra altrimenti arida, ma anche come fonte inesauribile di cibo: una varietà incredibile di pesci, cervi e persino foche in tempi più antichi. Il microclima formatosi rendeva fertili le sue rive e il delta dell’Oxus a sud era una vera e propria oasi.
Molte mappe, tanto cartacee quanto digitali, continuano a mostrare il lago d’Aral com’era nel 1989, uno specchio d’acqua unito e ancora piuttosto grande. In inglese, forse per nostalgia, si continua a chiamarlo “sea”. Ma la verità è che il lago d’Aral, che già nel 1989 era poco più della metà di un tempo, oggi non è più nemmeno un lago. Una classificazione molto generosa lo divide in Aral Settentrionale e Aral Meridionale, due pozzanghere rispetto a quello che era stato uno dei più grandi bacini idrici dell’Eurasia.

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Il lago d’Aral nel 1989 (a sinistra) e nel 2014 (a destra).

Cos’è successo nel frattempo? L’uomo è successo.
È l’inizio degli anni Sessanta e qualcuno tra la dirigenza sovietica rimette mano al vecchio Piano Staliniano per la Trasformazione della Natura, un insieme di progetti volti a migliorare la produzione materiale del paese intervenendo radicalmente sull’ambiente. Tra questi il progetto di deviare i tre fiumi della Siberia verso l’interno, la creazione di un lago artificiale con una testata atomica (di entrambi vi abbiamo parlato qui) e altre idee tirate fuori dalla cartella “brainstorming” di Wile E. Coyote. Nemmeno il lago d’Aral è immune a questa ondata di follia.

Il fatto è che entrambi i fiumi che alimentano il lago, il Sir Darya a nord e il già citato Amu Darya a sud, sarebbero utilissimi per irrigare l’Uzbekistan, o meglio, la sua unica risorsa naturale adatta all’esportazione: il cotone. Materia prima di alta qualità che ha però bisogno di ingenti quantità d’acqua, di cui la repubblica sovietica è sempre stata carente. Già negli anni Quaranta erano stati costruiti canali e dighe per deviare il corso dei fiumi, ma il progetto era stato abbandonato allo scoppiare della guerra. Nei primi anni Sessanta si è finalmente pronti per riprenderlo in grande stile. Nel giro di pochi anni vengono costruiti decine di canali lungo il corso dei due fiumi e quasi la totalità dell’acqua è deviata verso i campi. Il Sir Darya rifornisce ancora il lago con il contagocce, ma l’Amu Darya, che per millenni aveva alimentato il bacino idrico, viene bloccato completamente. Le tubature sono piene di crepe e moltissima acqua viene sprecata prima di arrivare a destinazione, cosa che spinge il governo a costruirne ulteriormente.

Le acque cominciano a ritirarsi all’inizio degli anni Settanta. Il lago è un bacino endoreico, ovvero una depressione priva di emissari che si riempie d’acqua grazie a un apporto esterno. Questo lo rende molto esteso ma anche poco profondo e, una volta privato dei suoi immissari, non ci vuole molto prima che cominci a evaporare. Del resto la possibilità di salvarlo non è mai presa in considerazione dai dirigenti del progetto, che lo ritengono un “errore della natura” e considerano la sua evaporazione inevitabile. Nel 1986 viene avanzata una proposta per rialimentarlo ma, come è ormai tradizione, il progetto consiste nel deviare un altro fiume siberiano e viene presto abbandonato.

Nel frattempo, nonostante il clima impietoso e la scarsa tenuta delle tubature, il cotone uzbeko prospera. Nel 1980 l’Uzbekistan è il primo esportatore mondiale dell’”oro bianco” sovietico, perché ovviamente la maggior parte viene esportata, a scapito dell’economia locale e di tutte le altre coltivazioni.

E a scapito della popolazione del lago. Nel 1990 il volume d’acqua del fu mare d’Aral si è ridotto del 60%, rovinando l’economia basata sulla pesca della regione. Interi villaggi vengono abbandonati, lasciando pontili e barche arenate nella sabbia. Non solo, l’uso indiscriminato di pesticidi e agenti pulenti, trasportati dal vento per centinaia di chilometri, rende tossica l’intera regione, decimando la popolazione ittica in quel che resta delle acque e rendendo impossibile riconvertire il bacino essiccato all’uso agricolo. La devastazione ha anche portato alla distruzione del microclima del lago, con il risultato che le estati sono più calde e secche e gli inverni più rigidi. Al posto del mare ora c’è una depressione arida e velenosa, e i pochi che si ostinano a viverci sono in condizioni di estrema povertà.

Il video qui sopra proviene dall’Osservatorio Terrestre della NASA e mostra il prosciugamento del lago dal 2000 al 2015 (qui una versione aggiornata al 2017, dove in ogni caso i cambiamenti sono minimi). In giallo è segnato il confine del lago prima del 1960. Complice il riscaldamento globale e i corsi dei fiumi tutt’ora deviati dai canali (con tubature pressoché nelle stesse condizioni di un tempo), il lago oggi versa in una situazione disperata. Nel 2005 il governo kazako, per contenere la fuoriuscita dell’acque dall’Aral Settentrionale, ha costruito una diga che ne ha in parte attenuato l’evaporazione. Ma il 90% del lago è scomparso e, se nulla verrà fatto in futuro, anche la poca acqua che rimane sparirà per sempre.

 

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5 risposte a "Diario di un disastro: il Lago d’Aral"

  1. Come sempre l’uomo è la figura più stupida del creato. Guarda solo al profitto e non alla salvaguardia dell’ambiente in cui vive. Il guaio, malgrado evidenti segni del collasso del pianeta su cui vive, è che non si accorge che si sta autodistruggendo.

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  2. Mio figlio ha 10 anni e ama il suo pianeta, lo studia con passione e si chiede perché il mare di Aral ora non ci sia più… dal suo punto di vista è un diritto che gli abbiamo negato, una cosa sua che gli abbiamo rubato.

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