Il Cineocchio: Sense8

“I am also we.”
“Io sono anche noi.”

Qualche settimana fa, con colpevole ritardo, ho finalmente visto il finale di serie di Sense8. Il motivo per cui ho impiegato così tanto (il finale è uscito l’8 giugno) è che prima mi sono rivisto entrambe le stagioni. Un po’ per completezza e un po’ perché non aspettavo che una scusa per rivedermelo da capo.

Andiamo con ordine. Sense8 è una serie di fantascienza del 2015 diretta e sceneggiata da Lily e Lana Wachowski e da J. Michael Straczynski. Protagonisti della serie sono otto giovani sparsi per il mondo:
Will Gorski, poliziotto di Chicago con un rapporto problematico col proprio padre;
Riley Gunnarsdottir, dj islandese a Londra, divisa tra l’amore per la propria terra e il timore di ritornarvi a causa di traumi passati;
Lito Rodriguez, attore messicano di film d’azione, che vive in segreto la propria omosessualità;
Nomi Marks, attivista e hacker transessuale di San Francisco, in conflitto con i genitori che si ostinano ancora a chiamarla Michael;
Wolfgang Bogdanow, scassinatore di Berlino in cerca di un modo per abbandonare la famiglia di criminali a cui è legato;
Capheus Onyango, autista di autobus nella periferia di Nairobi che cerca di assicurare un futuro a se stesso e alla madre malata;
Sun Bak, donna d’affari di Seoul costretta a sacrificarsi per il bene della compagnia di famiglia;
Kala Dandekar, ingegnere farmaceutico a Mumbai, tormentata dai dubbi sul suo imminente matrimonio combinato.

Perfetti sconosciuti che all’improvviso si trovano a condividere un legame psichico. Riescono a vedersi e a sentirsi, possono comunicare tra di loro “visitandosi” ed essere quindi a Città del Messico rimanendo fisicamente a Seoul. Possono “prendere possesso” del corpo di un altro e parlare (o combattere) al posto suo. Soprattutto possono sentire le emozioni degli altri anche quando non sono direttamente in contatto, perché il loro è un legame empatico prima che telepatico. Dapprima molto blando, si rafforza man mano che i protagonisti prendono coscienza di sé stessi e delle proprie capacità.

La serie è composta da due trame diverse intrecciate tra loro. Una è quella più fantascientifica, la natura di sensate (che in italiano si potrebbe rendere come sensitivo, se non fosse un termine ormai abusato) dei protagonisti, gli altri gruppi (cluster, letteralmente grappolo) di altre persone come loro sparse per il mondo e un’organizzazione internazionale, la BPO (Biological Preservation Organisation) che dà loro la caccia.
L’altra riguarda il piano umano di ognuno di loro, le difficoltà e i problemi quotidiani. Centrale è la questione dell’identità, inteso sia come ricerca di se stessi (costante è la domanda “chi sono io?”) sia come problema quando si viene attaccati per ciò che si è. Quando, ad esempio, tua madre non ha mai accettato la tua decisione di cambiare sesso ed è disposta a lobotomizzarti senza battere ciglio. Quando milioni di tuoi fans sono così ossessionati dall’idea del maschio forte e virile che interpreti nei tuoi film, che il solo sapere che sei gay li porta a insultarti e a darti del bugiardo. Quando il mondo intero trova il modo di attaccarti, ferirti e distruggerti se ciò che sei e fai devia anche solo minimamente dalla norma.

get over it
“Siamo nel 21esimo secolo, gente. Fatevene una ragione.”

Sense8 è una serie di fantascienza ma il mondo in cui è ambientata è il nostro mondo. La violenza che lo permea è la stessa che troviamo nella nostra società. Sono le stesse discriminazioni, la stessa devastazione dell’ambiente, lo stesso impulso a sopraffare l’altro. Sarebbe facile raccontare la storia di protagonisti temprati dalla battaglia, che rispondono alla violenza con altra violenza. Sense8 prende una strada diversa. La resistenza in Sense8 passa attraverso qualità che ultimamente sembrano sopravvalutate, come l’empatia, la solidarietà, la gentilezza. E sì, anche attraverso le scazzottate e il colpo ben assestato di un RPG, perché, come dice il saggio, “siamo nonviolenti, mica scemi”. Ma il motore principale rimane l’empatia, la capacità di riconoscere in chi ti sta davanti un essere umano come te, con le stesse ansie e le stesse speranze. Riconoscere, nell’inferno dei viventi di cui parlava Italo Calvino, “ciò che non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Certo, è più facile sviluppare un’empatia del genere quando dell’altro si provano le stesse sofferenze e la stessa felicità, ma non è un’esclusiva dei sensate. La serie è piena di personaggi assolutamente normali che non accettano la logica della violenza. Da una madre a cui non importa nulla del tuo orientamento sessuale a un marito che rimane colpito dalla tua rabbia, passando attraverso dispensatori di acqua potabile, colleghi di polizia e compagne di cella che semplicemente sentono di stare facendo la cosa giusta nell’aiutare il prossimo. Allo stesso tempo esistono gruppi di sensate che di fronte ai pericoli del mondo hanno deciso di nascondersi e di condividere solo con se stessi.
Perché è questo uno dei messaggi principali della serie: l’empatia va coltivata. Non è qualcosa di innato che si può avere o non avere, è qualcosa che deve essere allenato e che richiede un notevole sforzo. Qualcuno potrebbe anche affermare che i benefici di questa empatia non valgano poi la pena. Sono illuminanti a questo proposito le parole del professor Kolovi, antropologo che discute della possibilità che l’essere umano abbia un tempo utilizzato un altro mezzo all’infuori del linguaggio per comunicare i propri pensieri:

“Cosa non potreste fare se la gente potesse leggere i vostri pensieri?”

you couldn't lie
“Per cominciare, non potreste mentire.”

Non potreste uccidere, aggiungo io. Non potreste perpetrare violenza su di loro, non potreste nemmeno sbattere loro la porta in faccia. Sareste paralizzati dalla loro sofferenza, e dalla vergogna che provereste nel formulare certi pensieri. Una qualità scomoda quando si tratta di dominare sugli altri, e del resto la tesi di Kolovi è che il linguaggio si sia evoluto proprio per poter fare a meno di questa capacità empatica.

Un’idea rivoluzionaria, quella di poter cambiare il mondo attraverso la solidarietà. Eppure, se siamo disposti a farlo, possiamo vederla all’opera tanto nel nostro presente quanto nel nostro passato. Comunità basate sull’uguaglianza e sulla mutua assistenza, persone e gruppi di persone che dedicano la propria vita ad aiutare gli altri. La sopravvivenza della nostra stessa specie, che ci piaccia o no, è sempre dipesa dalla cooperazione. Sense8 ha avuto una fine brusca, cancellato al termine della seconda stagione e poi resuscitato per un finale di due ore grazie al massiccio intervento dei fan. E io non posso fare a meno di pensare che una delle cause sia stata l’ostinazione delle sorelle Wachowski e di Straczynski nel voler raccontare quella che è di fatto un’utopia, nel voler mostrare cosa può essere il nostro mondo con un briciolo di empatia in più. Del resto i suoi detrattori l’hanno fin da subito bollata come “ingenua”, “smielata”, “gay friendly”, ovviamente sputato come insulto. Persone che si trovano più a loro agio in una delle tante distopie che impazzano da anni al cinema e in letteratura, e che forse fanno parte dell’inferno di cui parlavamo sopra.

Che altro dire di questa serie? Visivamente è uno spettacolo, sostenuta da una tecnica e una fotografia incredibili. Lo spiega molto bene Lucia Patrizi in questo articolo, che aiuta a capire, tra le altre cose, perché ogni episodio sia venuto a costare 10 milioni di dollari. Una cifra non indifferente anche per un colosso come Netflix, lo ammetto. Ma ne vale la pena quando vedi alcune tra le più belle scene corali di tutti i tempi, quando è sufficiente lo sguardo sbigottito e commosso di un personaggio per farti piangere a tua volta, quando finalmente il sesso non è la scusa per mostrare un paio di tette ma sensibilità, rispetto (dei personaggi, e dello sceneggiatore nei loro confronti), gioia, estasi e divertimento. Quando finisci la prima stagione e pensi “è così che dovrebbe essere”.

Guardatela. Consigliatela ad amici, parenti e conoscenti. Se avete dei figli, aspettate che abbiano 16 anni (oppure no, chi sono io, il vostro parroco?) e fatela vedere anche a loro. Spargete la speranza in un mondo migliore, e la voglia di costruirlo.

you won't have to do it alone

 


6 risposte a "Il Cineocchio: Sense8"

    1. Mi si spezza il cuore a pensare a tutte le idee che avrebbero dovuto essere sviluppate in una terza stagione e che invece sono state racchiuse nel finale. Ma dobbiamo essere grati che un finale l’abbiamo avuto. I fan in questo sono stati fenomenali.

      "Mi piace"

  1. Ciao! Ho visto solo la prima stagione, mi ero fermata perché sapevo che era stata interrotta… ma poi hanno fatto il finale, dovrei recuperarla!
    Non mi è piaciuta come altre perché non sono riuscita ad affezionarmi ai personaggi, tranne che a un paio (Sun e Wolfgang), e alcuni mi stavano proprio antipatici, però come storia merita!

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...