Perché i migranti mettono in crisi la nostra identità

L’identità è un po’ come la tifoseria sportiva. Al di là di ogni connotazione nazionale, culturale o politica si nasce prima di tutto umani.

Non si nasce italiani né piemontesi come non si nasce juventini o granata. La scelta di una squadra avviene attraverso un percorso lungo e tortuoso, spesso fatto di amore e odio. Generalmente imposta fin dall’infanzia dai genitori, la “squadra del cuore” può però cambiare. Da bambini ce ne sbattiamo della falsa coerenza che sfoggiamo da adulti (quando scambiamo l’ottusità per saggezza) e se ci va cambiamo bandiera, fino a quando non ne troviamo una che fa per noi. E anche se non cambiamo mai idea, la nostra squadra non ci piace in quanto tale, ma proprio perché inconsciamente ci ricorda qualcos’altro: la nostra famiglia, momenti passati insieme, la domenica, le figurine, amicizie e rivalità con compagni di classe e di gioco e chi più ne ha più ne metta.

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Foto: Roma – Henry Paul @Unsplash

L’identità è un elemento fluido. Anzi, si potrebbe allargare questo concetto fino a dire che nulla ci piace né ci rappresenta in quanto tale. Quante cose ci facciamo piacere per piacere agli altri, quante bandiere difendiamo per pura presa di posizione? In realtà non ci frega nulla della differenza tra scotch e bourbon, ma dobbiamo pur mostrare un certo savoir-faire alle cene tra amici. E il bello è che funziona: circa il 50% della pubblicità si basa su queste presunte “prese di posizione” e praticamente ogni singolo contenuto social virale che si rispetti. Funziona per le bibite e il prosciutto come funziona per la politica.

Questo vale doppio per noi italiani che non siamo capaci a decidere niente, ma siamo capacissimi di litigare su tutto. Ecco perché durante le vacanze avete criticato i “soliti italiani all’estero”, ma se vi è capitato di scambiarci quattro chiacchiere avete immancabilmente criticato i locali, vi siete divisi nuovamente sul tifo, ma vi siete riavvicinati parlando delle bellezze delle rispettive città d’origine e così via.

Facciamo un salto più in là. Se è vero che la ricerca di identità si basa su delle scelte ben precise, questa si forma anche e soprattutto in negativo quindi su ciò che “non siamo”. Il che implica una ricerca dell’altro, in un divertente gioco di specchi che alla fine porta inevitabilmente alla scoperta di un nemico.

Ed ecco fatta la nostra identità. Anche se in realtà non sappiamo chi siamo, siamo sicuri di chi non siamo. E che lo odiamo, perchè è cattivo e fa paura e ci viene a rubare in casa, o il lavoro o vuole costruire qui moschee mentre noi non possiamo fare le chiese in casa loro.

Non ho bisogno di portare in questo articolo esempi di “identità minacciata”, perchè ce li sbattono ogni giorno in faccia i social media manager della Lega e altri neo-fascisti del genere. Non voglio rientrare nella schiera di gente che sente il bisogno di ribattere punto per punto a una narrativa che mente sapendo di mentire.

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Foto: Venezia – Ingo Hamm @Unsplash

Quindi, cos’è successo? Mi vengono in mente tre elementi di questa equazione.

1. Un primo fattore è che siamo sradicati: quasi nessuno nasce, cresce, lavora, vive e muore nello stesso luogo. Quasi nessuno ha genitori o parenti originari del luogo in cui è cresciuto. Per fortuna, si può dire! Le cose sono cambiate, benvenuti nel 21esimo secolo. Se n’è accorto persino Salvini (o chi per lui) e ha trasformato non solo lo slogan, ma tutta la linea del suo partito da “prima il Nord” a “prima gli Italiani”. E ha funzionato, tanto che al Sud si sono dimenticati di chi li chiamava terroni e i fascisti di chi voleva bruciare la bandiera italiania.

Stiamo perdendo dialetti e usanze locali e in cambio ci becchiamo pagine Fb come “Il terrone fuori sede”. Per carità, niente di male, è solo un po’ triste pensare che abbiamo bisogno di ritrovarci nei video di Casa Surace per raccontare chi siamo a noi stessi e agli altri. E, attenzione, anche questa è re-invenzione di identità.

Quindi se, a un tratto, camminando per strada o andando al lavoro o a scuola, vi sembra di aver perso le vostre radici e di non sapere di dove siete né “a chi appartenete” andate dritti in biblioteca, o alla Pro Loco della vostra città o al mercato o parlate con i vostri parenti più vecchi. O andate a vedere qualcuna delle migliaia di opere d’arte che vi circondano, anche nei luoghi più impensabili, che parlano a voi e di voi.

Non iscrivetevi a Casa Pound o alla Lega, non serve.

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Foto: Randy Colas @Unsplash

2. Gli ultimi 40 anni hanno cancellato praticamente tutta la classe intellettuale italiana. La maggior parte degli intellettuali italiani se non è già morta, è anziana o non più in grado di farsi sentire. I messaggi di un’altra parte vengono purtroppo politicizzati e strumentalizzati dai propri avversari: basti pensare alle accuse infondate dirette a Roberto Saviano, che soltanto in Italia possono avere presa sull’elettorato.

Questo è anche il motivo per cui abbiamo bisogno di rifarci continuamente al ’68, a Pasolini e compagnia bella per parlare di intellettuali influenti. A parte qualche piccola eccezione non ne abbiamo altri: la nostra classe intellettuale è stata uccisa da 30 anni di democrazia cristiana, 20 di berlusconismo, quasi 40 di crisi della sinistra e del progressismo e infine oggi dall’ignavia e dal trionfo di un “ignorantismo” generalizzato.

E l’ignoranza, intesa come non volontà di conoscere, porta alla disinformazione: un mostro che si nutre di sé stesso e si autogenera. Non è un caso se la maggior parte degli italiani ha idee molto confuse sull’immigrazione (e un po’ su tutto in realtà) e si fa abbindolare da no-vax e leoni da tastiera. Persino su informazioni basilari, come l’effettivo numero di immigrati presenti in italia!

3. Nonostante un tempo il M5S si dichiarasse vicino all’associazionismo e ai movimenti locali, la politica nazionale continua ad essere separata e distante da quella locale e ognuna trova nelle mancanze dell’altra la scusa per la propria ignavia.

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Foto: Sofia Cangiano – Firenze @Unsplash

Dunque, perché i migranti mettono in crisi la nostra identità? Perché non siamo sicuri di averne una. E anche quella che abbiamo scelto non ci rappresenta del tutto. Siamo sempre insicuri e spaventati, un giorno dai terroni che “non mangiano la bagnacauda” e il giorno dopo dai marocchini che “mangiano il cous cous”.

Il vero problema della gestione dei migranti è lo scandalo dei centri di accoglienza, del cibo scadente e dell’assenza di igiene, il vero problema è quello del caporalato dei braccianti agricoli che vivono in baracche al sud come al nord. Il nostro vero problema coi migranti sono i lager in Libia, sostenuti da tutti i governi, compreso quello “del cambiamento”.

Abbiamo paura di perdere le nostre radici nel mondo globalizzato? Comprensibile. Allora cominciamo a leggere, studiare e impariamo a porci delle domande: chi eravamo? chi siamo stati? Come siamo arrivati a cose come “Il Castello delle Cerimonie”?

Dobbiamo ripartire da chi siamo, non da chi eravamo nel 1492 o nel 1861. Chiediamoci chi siamo noi italiani nel contesto di oggi, nel mondo, nell’Europa di oggi.

Corrado Augias ha scritto che Ubi bene, ibi patria è sempre stato il motto di tutti gli italiani. Cominciamo ad accettare che possa valere anche per altri, nuovi, italiani.

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3 risposte a "Perché i migranti mettono in crisi la nostra identità"

  1. Tu scrivi; 2Il vero problema della gestione dei migranti è lo scandalo dei centri di accoglienza, del cibo scadente e dell’assenza di igiene”
    Io ti chiedo: questi centri di accoglienza chi li gestisce? chi ci fa i soldi?
    Ti rispondo io, le cooperative amiche del PD.
    Te che opinione hai a tal proposito? Grazie per la risposta

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Cigar! Io condivido completamente il tuo punto (ma è un fatto, del resto, non un’opinione). Il mio articolo non vuole essere politico, ma parlare della difficile identità italiana e di come alcuni facciano leva sull’ignoranza e il vuoto di valori per rendere l’identità un discorso politico. In questo senso sì il mio articolo è politico, ma non di più. Il mio punto è che se noi tutti conoscessimo meglio il nostro paese, nessun razzista (di destra, sinistra o apolitico) riuscirebbe a farci passare il problema dell’immigrazione (per quanto strutturato e difficile) come una questione identitaria. E allora ci si potrebbe occupare del problema di chi ci specula sopra, senza strumentalizzazioni. Grazie per il commento

      Piace a 2 people

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