Il Cineocchio – Maniac

Maniac è una miniserie televisiva del 2018 scritta da Patrick Somerville e diretta da Cary Joji Fukunaga. Ambientata in una versione un po’ bizzarra degli anni Ottanta, narra di due estranei che accettano di sottoporsi a un test farmacologico che promette di guarirli da tutti i loro traumi passati.

Owen Milgrim (Jonah Hill) è un giovane affetto da schizofrenia, tenuto in scarsa considerazione dalla sua famiglia finché non è chiamato a difendere il fratello maggiore da un’accusa di violenza sessuale che lascerebbe pochi dubbi. Owen vede un amico immaginario, Grimsson, identico al fratello a eccezione di un paio di baffi, che gli spiega che lui è il prescelto destinato a salvare il mondo. Dietro istigazione di Grimsson, e bisognoso di soldi dopo aver perso il lavoro, Owen decide di offrirsi come volontario per un trial alla Eberdine, un’azienda farmaceutica che ha sviluppato un nuovo farmaco in grado, in una manciata di sedute, di risolvere i problemi psicologici e i traumi repressi dei pazienti senza effetti collaterali.
Annie Landsberg (Emma Stone) è apatica, incapace di vivere nel presente e costantemente immersa nelle relazioni passate, in particolare quella disastrosa con la sorella Ellie. Per tirare avanti consuma un farmaco sconosciuto prodotto dalla Eberdine, non ancora sul mercato e che le viene venduto di straforo da un dipendente dell’azienda. Quando quest’ultimo non è più in grado di fornirglielo, Annie decide di disintossicarsi e andare a far visita alla sorella a Salt Lake City, ma viene colta dal panico e non è in grado di prendere il treno. Venuta a sapere che la Eberdine sta offrendo un trial basato proprio su quel farmaco, Annie decide di parteciparvi.
Il trial è diviso in tre fasi. Dopo aver ingerito una pillola (A, B e C a seconda della fase), i partecipanti verranno collegati a un’intelligenza artificiale che li guiderà nell’esperimento. Nella prima fase, grazie al farmaco, il computer mapperà la mente dei partecipanti facendo rivivere loro i propri traumi; nella seconda, elaborerà degli scenari personalizzati volti a mettere alla prova i partecipanti; nella terza, i partecipanti supereranno i propri traumi e quindi i propri problemi. Le cose ovviamente non vanno come previsto: complici morti improvvise, guasti tecnici e i problemi eccezionali degli scienziati, arrivare alla fine del trial sarà molto complicato.

Ho sentimenti contrastanti su questa serie, anche se forse sarebbe meglio dire che sono sentimenti tiepidi. Da un lato, il tema e molte idee sono interessanti, visivamente è stupenda e la recitazione di Stone e Hill è favolosa. Dall’altro, la realizzazione e certe parti della scrittura mi hanno lasciato perplesso.

Cominciamo con i lati positivi.
La serie è ambientata a New York tra gli anni Ottanta e Novanta, ma sono anni molto particolari. Computer e dispositivi elettronici sono pressoché assenti e una compagnia, il cui nome non viene mai rivelato, offre alle persone un servizio di AdBuddy: persone assunte dalla compagnia che svolgono il ruolo di amico, marito/moglie, amante o confidente per chi ne ha bisogno. Il servizio è gratuito, ma chi lo sceglie deve di tanto in tanto sorbirsi la pubblicità della compagnia, sciorinata dallo stesso dipendente. Per chi preferisce la solitudine esistono speciali bozzoli di intrattenimento, come quello in cui si rifugia il padre di Annie. Sono brevi scene, inserite sullo sfondo della serie, che contribuiscono ad accentuare il tema della solitudine e della depressione e dànno l’idea di vivere in una realtà semi-distopica ma comunque molto simile alla nostra.

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“Papà è a casa. Prendi in considerazione di offrirti volontario come marito temporaneo.”

Realistico, almeno inizialmente, è il modo in cui vengono trattati i problemi di Owen e Annie, sempre sul confine tra realtà e allucinazione. Al netto del farmaco e del fatto che a guidare l’esperimento è un’IA, certe procedure e conversazioni non sono dissimili da quanto viene impiegato in alcuni ambiti della psicoterapia.

Infine, come già detto, visivamente la serie è eccezionale. Somerville ha un talento unico nel creare mondi realistici tanto nella realtà quanto negli scenari ideati dall’IA, che si tratti di ricevimenti degli anni Quaranta o missioni saltate fuori dal Signore degli Anelli. Le scene nel laboratorio della Eberdine, con luci soffuse e colori psichedelici, ricordano per stile il più visionario e ambizioso Beyond the Black Rainbow – di cui vi parlerò non appena mi sarà scesa la botta che mi dura ormai da mesi.
Scenografia e fotografia, unite al talento degli attori, sono ciò che manda avanti la serie anche nei momenti morti.

Cosa non va, quindi?
A mio parere la serie si perde molto. Gli episodi centrali sono ovviamente dedicati agli scenari nei quali si muovono i protagonisti e, per quanto siano ben costruiti (Somerville, nel caso non fosse chiaro, ha fatto un lavoro immenso), è difficile che al terzo mondo di fantasia l’attenzione non cominci a calare e non ci si chieda se non sia un espediente per fare minutaggio. Il focus della serie oscilla tra questi mondi artificiali, nei quali le cose sembrano accadere senza relazione con nulla se non il tema centrale, e le sottotrame che si aprono nel laboratorio. Come quella della relazione tra il dottor Mantleray e sua madre, infilata a forza tra le pieghe della narrazione senza che sia possibile interessarcisi veramente. Nel primo episodio, i dubbi di Owen sull’innocenza del fratello sono un ottimo spunto, che però non ha alcuna influenza sulla trama e funge esclusivamente da Pistola di Čechov nel finale. Così come è un ottimo spunto sprecato il fatto che l’IA possa provare emozioni e andare in crisi, usato come espediente per creare conflitto e nulla più – e del resto, se fosse stato sviluppato, forse avrebbe disperso ulteriormente la trama.

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C’è molta esposizione, ovvero, per usare parole più semplici, molti spiegoni. Da un lato, visto il tema e la brevità della serie, alcune spiegazioni sono inevitabili. Dall’altro, spesso e volentieri sono così forzate e invasive da risultare pesanti, e più di una volta si scade in quello che nessun narratore dovrebbe mai far dire a un personaggio, ovvero “come ben sai, X, perché sei tu l’ideatore, il progetto è [blah blah blah]”.
Tutto questo influisce non poco sul corpo centrale della serie. La tensione, che dovrebbe crearsi man mano che ci si avvicina al finale, viene continuamente smorzata e il climax del nono episodio non viene percepito prima della metà.
Infine, nota dolente per me è la conclusione. Non farò spoiler, tranquilli, mi limiterò a dire che, dopo nove episodi ricchi di buone idee sul benessere mentale, le relazioni interpersonali e il come superare certi problemi, dopo un tema centrale molto attuale, ecco, risolvere con il sentimentalismo e il motivazionale è un modo un po’ sciatto per concludere. Qualcuno più vicino a Owen e Annie potrebbe quasi trovarlo offensivo.

Tirando le somme, Maniac non è una brutta serie. Gli interrogativi che pone sono quantomai attuali e, nonostante le divagazioni, sono in grado di far riflettere a lungo. Non è difficile affezionarsi ai personaggi, non solo ai due protagonisti ma anche agli scienziati della Eberdine; i loro problemi, pur non essendo necessariamente i nostri, colpiscono dritti allo stomaco. La lentezza degli episodi centrali è bilanciata dalla recitazione eccezionale di Emma Stone e da una fotografia incredibile e non mancano i momenti di umorismo. Se non la si guarda con troppe aspettative, rimane molto godibile e adatta a chiunque.

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