Wunderkammer: Invocazioni e gridi di guerra

L’anno è il 272 a.C. O forse è il 1219. O il 544 d.C. D’accordo, l’anno è uno qualsiasi compreso tra il 10000 a.C. e il 2019 d.C e voi state andando in guerra. Perché? Principalmente perché così vi ha detto il vostro comandante, re, satrapo, console, imperatore, capotribù, khan, tiranno. Le ragioni ve le hanno spiegate, e magari vi piacciono anche, ma non vi aiutano quando arrivate in vista dell’esercito nemico. La paura vi attanaglia, le gambe cedono, le armi che stringete in pugno cominciano a tremare. Che fare?

Noi umani siamo tra le creature più ingegnose mai apparse sul pianeta. Messi di fronte all’evidenza della morte in battaglia, abbiamo sviluppato stratagemmi, retoriche e interi sistemi per convincerci a continuare a marciare. Tra questi, canti e invocazioni sono tra i più suggestivi. Noi ne abbiamo selezionati cinque, dal più vittorioso al più disperato.

5. A-la-lè!

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Noto anche nella variante alala, con tutto il carico di tregenda che evoca. Il dubbio merito di averlo rovinato alle nostre orecchie di contemporanei va, prima ancora che al Partito Fascista, a Gabriele D’Annunzio, che lo adottò come grido di guerra al posto dell’anglosassone (e quindi barbaro) “ip-ip-urrà!”. Un peccato, dato l’innegabile impatto sonoro che questa invocazione possiede. Di chiara origine onomatopeica, Alala è nella mitologia greca la personificazione del grido di guerra e, nei mille intrecci propri di quel sistema religioso, figlia di Polemos (personificazione del conflitto) e nipote e auriga di Ares. Come tale era invocata dagli opliti sul campo di battaglia, per infondersi coraggio ma soprattutto per scatenarla contro il nemico, atterrito all’idea di dover affrontare forze più grandi di lui. Talvolta era urlato anche al termine della battaglia al posto di un più prosaico “nike!” (vittoria).

4. Oðinn á yðr alla!

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Nella mitologia norrena Odino era molte cose. Se da un lato era signore delle rune e della poesia, dall’altro era il dio della guerra e della tempesta, una divinità sanguinaria che esigeva costanti sacrifici per essere placata. La sua tremenda reputazione proseguiva anche una volta terminato lo scontro, quando, invisibile a occhi umani, sceglieva personalmente i guerrieri caduti da portare via con sè. Sapendo questo, è facile immaginare l’effetto che fece re Erik il Vittorioso alla battaglia di Fyrisvellir, quando uscì dalle proprie fila e scagliò una lancia oltre le teste dei nemici, urlando con voce tonante Oðinn á yðr alla, vi consegno tutti a Odino! Un gesto terrificante che, secondo le saghe, lo stesso dio aveva più volte usato per scegliere l’esercito che sarebbe stato sconfitto. E infatti, nonostante una gloriosa resistenza, Erik emerse vincitore dallo scontro.

3. Barditus

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In latino classico, barditus è il verso dell’elefante (da cui il nostro “barrito”), termine che Ammiano Marcellino usa per indicare un particolare canto di guerra di alcune tribù germaniche. Il barditus viene descritto come “un mormorìo basso e profondo che aumenta gradualmente, come onde che si infrangono su una scogliera”. Per aumentarne l’effetto, i soldati portano lo scudo davanti alla bocca e alzano la voce man mano che arrivano vicino al nemico. In epoca tardo-imperiale il barditus divenne popolare tra le legioni romane, che potevano contare diversi ausiliari germanici tra le proprie fila. Un canto di grande effetto sull’avversario ma che serviva anche a mantenere l’ordine e la calma tra i propri soldati, poiché per farlo funzionare era necessario che tutti collaborassero.

2. Deus lo vult! Allahu akbar!

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Con in mezzo i vari Santiago, San Giorgio e Montjoie Saint Denis. Se è vero che un grido di guerra è sempre rivolto sia al nemico che a se stessi, è anche vero che, quando le cose iniziano ad andare male, si cerca di farsi coraggio l’un l’altro più che di atterrire l’avversario. Ecco quindi che, tra le bestemmie e le imprecazioni, si invocano Dio e i più svariati santi protettori, nel tentativo di assicurarsi, se non la vittoria, perlomeno la propria vita. Nei casi più disperati può essere necessario ricordare che, in un modo o nell’altro, Deus lo vult, o anche al nasr ‘aw al shahada, vittoria o martirio, perché i soldati tengano bene a mente qual è il loro compito di fronte a Dio.

1. Enyalios

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Un’invocazione ambivalente come il rapporto degli esseri umani con la guerra.
In epoca micenea Enyalios era un dio della guerra distinto da Ares, anche se le precise differenze tra i due rimangono ignote. Già in epoca classica, però, diventa un figlio e più tardi un soprannome di Ares, un modo indiretto per invocarlo. Questo per un motivo molto semplice: Ares non è il dio della forza e del coraggio in battaglia come Marte, né dio della strategia come la sorella Athena. Ares rappresenta il lato più violento e incontrollabile della guerra, per il quale è al tempo stesso temuto e odiato dagli altri dei. Solo in alcune zone della Macedonia e negli insediamenti più ellenizzati della Tracia ci si arrischia a venerarlo con il suo nome. Persino gli spartani gli offrono sacrifici con il nome di Enyalios, epiteto con il quale è invocato dai soldati in battaglia. Un tabù linguistico (di cui vi abbiamo parlato qui) in piena regola, che consente agli uomini terrorizzati di evocare la più tremenda tra le divinità pur di scongiurare una morte violenta.


Una risposta a "Wunderkammer: Invocazioni e gridi di guerra"

  1. Mi viene in mente quell’aneddoto:
    Altopiano di Asiago, 1° novembre 1918, siamo in trincea. E’ il momento che precede l’attacco, quando tutti usciranno, e si lanceranno come un sol uomo verso le linee nemiche. Le batterie avversarie si accaniscono contro un terreno ormai ridotto a suolo lunare.  La tensione si taglia con la baionetta. I soldati sono pronti, immobili,  presi tra la paura che fa martellare il cuore in gola, e l’impazienza di lanciarlo all’impazzata oltre il filo spinato. Improvvisamente, il grido stentoreo e sferzante dell’ufficiale dell’esercito regio lacera l’aria, galvanizza la truppa come un litro di cordiale ingurgitato d’un botto, mentre paralizza il nemico a mo’ di gelo siberiano: Avanti, Savoiaaa!, per il Re, per la Patria…aaaall’attaccooo!  Tutti scattano. Solo un fante, ancora in buca, guarda l’ufficiale che,  sciabola a mezz’ aria, lo ricambia di uno sguardo interrogativo, come a dire: e tu che fai?  
    In quell’attimo, il soldato  accenna un sorriso che gli illumina il volto e – gli occhi socchiusi –   esclama estasiato e pieno di ammirazione: “Mussiù… che ’bbbbella vòce ca ‘ttiéne!”.
    Mi scuso per la frivola e scherzosa digressione.
    Buona giornata.

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